Apple e il Fisco: gli Usa di fianco a Cupertino

Che il rapporto tra Apple e il fisco europeo non sia particolarmente idilliaco, lo hanno compreso tutti gli interessati alle vicende erariali che legano la società di Cupertino al comparto tributario delle nazioni in cui opera. Da qualche tempo è comunque possibile apportare un piccolo tassello integrativo al complesso mosaico relazionale, con il Dipartimento del Tesoro Usa che in un white paper è sembrato voler influenzare, evidentemente con esiti insoddisfacenti, le successive mosse della Commissione Europea. Ma cosa sta accadendo?

Cominciamo con il ricordare che la Commissione Europea, proprio negli scorsi giorni, stava cercando di comprendere cosa fare di Apple o, meglio, comprendere come gestire i (presunti) trattamenti fiscali di favore che ad essa sarebbero riconosciuti in Irlanda, e sui quali ha maturato una severa decisione: 13 miliardi di euro di tasse da recuperare dalle casse di Cupertino.

Considerato che tale decisione ha prodotto – come intuibile – effetti non proprio graditissimi ai vertici di Cupertino, gli Stati Uniti sembrano da tempo essersi schierati in misura molto chiara alle spalle di Apple, lanciando quello che ha il sapore di un esplicito monito verso Bruxelles: minacciare più o meno velatamente risarcimenti miliardari, oltrepasserebbe – sostiene il Dipartimento del Tesoro a stelle e strisce – il far rispettare le leggi sugli aiuti di Stato e sulla concorrenza, rischiando così di trasformare la Commissione Europea, si legge ancora nel white paper, in “un’autorità sovranazionale fiscale”.

Chiaramente, anche se non si parla unicamente dei rapporti tra Apple e l’UE, l’intento del Dipartimento del Tesoro è quello di evitare che il terreno europeo diventi troppo sgradito alle società americane. In altri termini, un negativo precedente sulle somme risparmiate da Apple in Irlanda potrebbe costituire un precedente disturbante per le altre corporate, stimolando delle azioni di rivalsa simili da parte degli Stati che si sentono, a torto o ragione, danneggiati da aliquote fiscali troppo “buone”.

Nella fattispecie, il prelievo fiscale su Apple, che in Irlanda sarebbe già particolarmente conveniente, con il suo 12,5% che farebbe impallidire qualsiasi imprenditore italiano, sarebbe stato ritoccato fino a toccare il 2%: insomma, un trattamento di ultra-favore che a Bruxelles non sembra piacere, e che potrebbe portare a un’azione di risarcimento che nello scenario peggiore potrebbe toccare 19 miliardi di dollari, poi ricollocato su 13 miliardi di euro.

Apple e l’Italia

Una vicenda particolarmente intricata ha riguardato la società statunitense anche nel nostro Paese, con Apple che ha poi raggiunto uno specifico accordo con il fisco, valutato in oltre 300 milioni di euro. Nella fattispecie, Apple era stata accusata di aver venduto i propri prodotti nel nostro Paese emettendo fatture in Irlanda dove – come abbiamo avuto modo di vedere – la tassazione è molto più favorevole. Le accuse erano state formulate dopo una serie di indagini condotte a Milano su sospette frodi fiscali, cui fecero seguito perquisizioni presso la sede di Piazza San Babila, a Milano, proprio per far luce su un quadro “comune” nelle società che si occupano di Internet e di tecnologia: registrare i ricavi ottenuti nel nostro Paese come servizi che vengono presentati a un’altra società del gruppo che invece ha sede in un Paese dell’Unione Europea con tassazione più favorevole.

Nella fattispecie, Apple era stata accusata di contabilizzare i suoi profitti dalla società di diritto irlandese Apple Sales International. Ne è conseguito che un big come Apple fattura in Italia solamente 30 milioni di euro, a fronte di vendite che invece, sostenevano gli analisti, avrebbero dovuto superare il miliardo di euro.

Al fine di evitare delle rivendicazioni ben più pesanti, Apple e il Fisco italiano avrebbero avviato delle trattative lunghe e intense per giungere alla formalizzazione di un’intesa faticosamente posta a punto dai tecnici dell’Agenzia delle Entrate e dai consulenti legali di Apple. Al centro dell’intesa, il versamento di 318 milioni di euro, un importo che era stato già richiesto nei verbali di accertamento e che fa riferimento all’Ires che per i magistrati sarebbe stata evasa tra il 2008 e il 2013.

Un gioco di tasse più grande?

A dir la verità, il panorama però merita di essere reso un pò più complesso, e non solo “interno” all’Unione Europea. È infatti palese come nel corso degli anni sempre più società statunitensi abbiano posto le proprie mire di espansione del territorio europeo, vedendolo di buon occhio sia in termini di accordi negoziati con i singoli Paesi, sia attraverso lo spostamento degli indirizzi nel vecchio Continente. Un metodo efficace per poter ridurre le imposte fiscali degli Stati Uniti, con la conseguenza di far permanere i capitali maturati all’interno degli stessi confini europei, visto e considerato che far rientrare gli stessi negli Usa costerebbe un debito di imposta del 37 per cento.

Consapevoli di ciò, i due candidati alle prossime elezioni presidenziali si stanno muovendo di gran carriera per cercare di rassicurare le big corporate a stelle e strisce sulla possibilità di andare incontro a una riforma fiscale più “accondiscendente”, evitando di alimentare procedimenti di esterovestizione dai dubbi contorni. Dal lato democratico, ad esempio, c’è chi suggerisce di poter limitare l’espatrio di capitali mediante l’applicazione di un tassa di uscita nei confronti di quelle società che si trasferiscono dall’altra parte dell’Oceano, mentre da parte repubblicana è nota l’idea di imporre una tassa una tantum a tassi più bassi rispetto agli attuali.

@Photo Credit: Vincenzo_Mancuso/Shutterstock

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