Bce e Fed, due guidance molto diverse: ultimi aggiornamenti

Il dibattito sulla guidance sui tassi per Bce e Fed torna a entrare nel vivo. Per cercar di comprendere cosa avverrà, cominciamo dall’ambito di casa nostra, con i membri del comitato di politica monetaria della Bce che iniziano a interrogarsi su quel che si farà, nella consapevolezza che le eventuali modifiche sono viste come il primo passo verso l’uscita.

Europa

Tra le dichiarazioni di maggiore spessore, Lautenschlaeger (del Comitato esecutivo) ha dichiarato alla stampa che “la strategia di uscita deve essere rivista tempestivamente”, mentre Praet ha preferito conservare una posizione accomodante, indicando che la Bce deve guardare “oltre il recente balzo dell’inflazione dovuto a fattori temporanei il cui effetto si smorzerà presto” e anticipando di ritenere che già nel corrente mese l’inflazione possa tornare indietro di due decimi all’1,8 per cento. Smets, capo ricerca Bce, ha invece affermato che “la barra della politica monetaria deve essere tenuta ferma”: ovvero, guai a toccare, almeno per ora, acquisti, tassi e guidance.

Per quanto concerne l’evoluzione del QE, nell’ottava del 24 marzo il portafoglio PSPP ha visto un incremento di 14,43 miliardi di euro ed è salito così a quota 1.449,89 miliardi di euro. Gli acquisti di titoli covered, al netto dei titoli scaduti, sono stati pari a 505 milioni di euro, conducendo il portafoglio a 215,18 miliardi di euro, mentre gli acquisti settimanali di ABS al netto dei titoli scaduti sono stati pari a 123 milioni di euro, portando il totale dei titoli in portafoglio a 24,00 miliardi di euro, mentre – infine – gli acquisti di titoli nell’ambito del CSPP sono stati pari circa a 1,54 miliardi di euro con un aumento del portafoglio fino a 73,78 miliardi di euro.

Stati Uniti

Se questa è la situazione europea, negli USA il dibattito è un po’ più tenue ma, anche qui, si registrano dichiarazioni di interesse. Evans (della Chicago Fed) ha dichiarato che se si ridurrà l’incertezza sulle politiche dell’amministrazione, tre rialzi dei tassi nel 2017 sono “interamente ragionevoli”, ma non si possono nemmeno escludere quattro rialzi, in caso di accelerazione dell’inflazione. La spada di Damocle sulle scelte di policy monetaria della Fed è però enorme, e l’incertezza determinata dalle mosse avventate e errate di Trump la sta ingigantendo.

Evans ha peraltro poi sottolineato che al momento i dati macroeconomico non sembrano essere coerenti con una forte ripresa della dinamica dei prezzi, e che dunque difficilmente l’inflazione andrà ad accelerare talmente tanto da suscitare nella Fed il desiderio di optare per i quattro rialzi (ovvero, quello già avvenuto più altri tre). I tre rialzi 2017 rimangono dunque lo scenario centrale, i quattro rialzi quello secondario.

Riforma sanitaria

Tornando a Trump, è stato lo stesso Evans a intervenire affermando che l’esito dello scontro sulla riforma sanitaria in Congresso sta aumentando ancor di più la già esistente incertezza per lo scenario economico. Ad ogni modo, non è certo possibile escludere che quanto sopra non possa tradursi in qualche buona chance di revisione “soft” dei piani Trump. La sconfitta repubblicana sulla sanità potrebbe infatti condurre verso aperture ad opzioni bipartisan per i prossimi temi in agenda. Insomma, non sono da escludersi, al momento, possibili accordi con una parte dei democratici su basi di lavoro più condivise.

A dimostrazione di ciò c’è anche il fatto che alcuni senatori repubblicani moderati hanno presentato una proposta di riforma di Obamacare che non ne elimina le caratteristiche principali e che potrebbe trovare supporto da democratici centristi più aperti alle modifiche al piano della precedente amministrazione. Per il momento però non è questo lo scenario principale, visto e considerato che l’unità sperimentata e mantenuta nel recente dibattito sulla riforma in questi mesi ha sortito risultati politici molto positivi (per loro) e negativi (per i repubblicani).

Ad ogni modo, per ora la prima questione cronologicamente inserita in agenda è il rinnovo dell’appropriation bill (ovvero, della legge di finanziamento della spesa corrente) che è in scadenza per il prossimo 28 aprile. Il Congresso ha dodici giorni di lavoro effettivo per poter evitare una possibile chiusura del governo. Su questo fronte i margini di un potenziale accordo tra repubblicani e democratici sono esistenti, ed è probabile che i repubblicani facciano di tutto per evitare un nuovo contesto quale quello sperimentato nel 2013: una simile situazione sarebbe disastrosa per Trump, che andrebbe ad affrontare una situazione che potrebbe ulteriormente affossare la propria immagine, già di per se duramente scalfita da alcune decisioni fortemente impopolari e fallimentari delle ultime settimane.

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