Dollaro: un’analisi approfondita in attesa dei dati sul lavoro

In virtù dei messaggi che sono stati recentemente consegnati dalla riunione del FOMC dello scorso mese di settembre, l’attenzione degli operatori per il brevissimo termine si sta rivolgendo in misura crescente e insistente al report sul mercato del lavoro in uscita per la settimana, dal quale ci si attendono conferme positive: i dati, salvo sorprese, dovrebbero infatti ribadire ancora una volta una crescita solida per gli occupati e un tasso di disoccupazione stabilmente sotto il target.

Nuovi occupati

Più nel dettaglio, il consenso degli analisti di mercato sta proiettando una stima di 170 mila nuove buste paga riscontrate nel corso del mese di settembre, con un aumento rispetto alle 151 mila buste paga aggiunge nel mese di agosto. A livello settoriale il contributo maggiore dovrebbe venire dalle imprese private (170 mila buste paga) mentre ancora negativa, seppure in recupero, dovrebbe essere la variazione degli occupati nel manifatturiero (da -14 buste paga a -4 mila unità, avvicinandosi pertanto alla stabilità del dato). Una modesta ripresa dovrebbe registrarsi per il settore delle costruzioni dopo un mese di calo e ancora positivo dovrebbe essere l’apporto del settore pubblico.

Tasso di disoccupazione e salari

Per quanto concerne invece il tasso di disoccupazione, il dato è visto stabile al 4,9 per cento di agosto pur a fronte di una nuova flessione della partecipazione alla forza lavoro, proiettata in calo a 62,7 per cento dopo due mesi a 62,8 per cento. I salari orari dovrebbero invece crescere in misura più rapida del recente passato, con una spinta a +0,3 per cento mese su mese, dopo +0,1 per cento mese su mese ad agosto.

Complessivamente, pertanto, i dati che ci attendiamo esser pubblicati nei prossimi giorni dovrebbero andare a confermare il continuo miglioramento del mercato del lavoro e l’avvicinamento al pieno impiego, lasciando così lo spazio alla Federal Reserve per attuare un rialzo dei tassi entro fine anno. Non si tratta certamente dell’unico pilastro che la Fed utilizzerà per poter orientare la propria politica monetaria, ma si tratta certamente di quello più rilevante, allo stato attuale dell’economia statunitense.

Gli altri dati macro

Minore attenzione, ma non per questo nulla o irrilevante, sarà pertanto data agli altri dati macro che saranno pubblicati nel corso della settimana (in parte, già dati alle “stampe”). Non sono mancate, e non mancheranno, le sorprese. Tra quelle positive, non possiamo che citare la nuova stima (finale) del PIL, che ha registrato una maggiorazione da 1,1 per cento a 1,4 per cento trimestrale annualizzato, nel corso del secondo periodo dell’anno. A fronte di una marginale limatura dei consumi (da 4,4 per cento a 4,3 per cento), ci sono state revisioni al rialzo per gli investimenti fissi non residenziali (da -0,9 per cento a +1,1 per cento), scorte ed esportazioni nette. Migliori delle previsioni sono stati anche gli ordini di beni durevoli che, pur confermandosi in correzione, ad agosto hanno cumulato una variazione piatta (0,0 per cento) contro attese di un calo a -0,4 per cento mese su mese. La revisione del dato precedente lascia comunque l’incremento di luglio a +3,6 per cento mese su mese, in un contesto in cui la voce core per i beni capitali (al netto di aerei e difesa) mette a segno il terzo aumento consecutivo a +0,6 per cento mese su mese. Infine, segnali positivi sembrano giungere con convinzione anche dai consumatori, con l’indice di fiducia della Conference Board salito in settembre ai massimi dall’agosto 2007 e quello dell’Università del Michigan tornato a crescere dopo quattro mesi di stallo.

Come si muoverà il dollaro

Il dollaro ha chiuso la scorsa settimana in marginale recupero rispetto al ribasso riscontrato dopo la pubblicazione delle decisioni della Federal Reserve, che nel corso dell’ultimo FOMC ha scelto di mantenere in variati i tassi di riferimento. L’appuntamento chiave della settimana entrante saranno i già ricordati dati sul mercato del lavoro USA di venerdì, le cui attese sono molto positive e rafforzerebbero la posizione rialzista delle Fed e conseguentemente la valuta USA. Contro euro, pertanto, il dollaro ha recentemente avuto modo di apprezzarsi, pur rimanendo nell’oramai consueto e sperimentato range di 1,1150-1,1250: mancano infatti concreti fattori direzionali che possano influenzare pesantemente il corso valutario, e tutto dipenderà da come si evolveranno i prossimi dati macro a stelle e strisce.

Si noti anche la particolare evoluzione nei confronti della sterlina britannica. Nei confronti della valuta europea, infatti, il dollaro è riuscito ad apprezzarsi ai massimi da oltre 7 mesi a questa parte. La motivazione di tale improvvisa nuova forza è determinata dall’annuncio della premier May, che ha dichiarato che entro la fine di marzo 2017 avvierà il processo di uscita dall’UE, concretizzando la scelta degli elettori britannici che hanno votato a favore della Brexit. L’annuncio è stato sufficiente a rialzare i timori degli analisti di mercato su quel che potrebbe accadere in seguito all’esito del referendum sulla Brexit dello scorso 23 giugno, invertendo nuovamente i sentimenti di mercato.

Se infatti subito dopo il referendum del 23 giugno si erano manifestate evidenti sensazioni negative su quel che sarebbe potuto accadere, l’intervento della Banca d’Inghilterra (e non solo) era riuscito a arginare i principali timori, e permettendo un più opportuno deflusso delle valutazioni di breve termine. L’annuncio della May sembra tuttavia aver risvegliato da uno stato di torpore gli investitori, che ora sono costretti a rifare i conti con l’evento che il prossimo anno darà il via al biennio di faticose negoziazioni con cui Regno Unito e Unione Europea cercheranno di disciplinare l’abbandono del primo dal secondo.

L’impressione preliminare è che le relazioni tra le parti non siano delle migliori, fin da questa fase preliminare. E che, in fondo, molto dipenderà da come verranno gestiti questi mesi di avvicinamento alla tappa di marzo 2017, nove mesi dopo il referendum sulla Brexit: un arco temporale che l’Unione Europea ha dimostrato di non gradire (la Commissione avrebbe voluto un avvio immediato delle negoziazioni, successivamente all’evento di giugno), ma che ora potrebbe passare in secondo piano dinanzi a elementi di discussione ben più gravosi.

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