Fed: FOMC di aprile “nullo”, ecco cosa potrebbe accadere a giugno

La riunione del FOMC dello scorso mese di aprile si è conclusa, come era ampiamente atteso, con tassi di interesse di riferimento fermi ai livelli previgenti, ritoccati nel precedente mese di dicembre. Una decisione presa a larghissima maggioranza e, fanno sapere voci interne al Comitato, con il dissenso del “solito” E. George, che invece avrebbe voluto attuare un rialzo di 25 punti base all’attuale livello. Una posizione minoritaria che – come vedremo – dovrebbe a maggior ragione essere confermata nella prossima riunione di giugno. Ma cosa è accaduto esattamente in seno al FOMC?

A dir la verità, il comunicato a margine della riunione ha pochissime novità, e qualche modifica che punta parzialmente a ridimensionare le evidenti preoccupazioni che avevano fermato i rialzi dei tassi di interesse nelle precedenti sessioni di gennaio e di marzo, sia a livello domestico sia a livello internazionale.

In particolare, il comunicato afferma che “le condizioni del mercato del lavoro sono ulteriormente migliorate, mentre la crescita dell’attività economica sembra aver rallentato”, soffermandosi poi su un giudizio moderatamente positivo sulla spesa delle famiglie, in presenza però di rafforzamento del reddito disponibile reale e di fiducia su livelli persistentemente elevati. Per quanto concerne identicamente gli investimenti, viene registrato un ulteriore miglioramento nel segmento residenziale, ma una spiccata fase di debolezza in quello non residenziale; anche le esportazioni nette restano un freno alla crescita. Nonostante tali pecche, comunque, sembra prevalere un messaggio chiaramente positivo, con “un insieme di indicatori recenti, inclusi forti aumenti occupazionali, punta a rafforzamento addizionale del mercato del lavoro”. Una dichiarazione, quella di cui sopra, che non stride con valutazioni già ribadite nei giorni precedenti al FOMC: fra la debolezza del Prodotto Interno Lordo e la forza del mercato del lavoro, la seconda ha oggi una valenza maggiore della prima.

Per quanto concerne invece l’andamento dei prezzi, il tono si è fatto certamente più cauto, con una scarna affermazione che “l’inflazione ha continuato a restare sotto l’obiettivo”. In tale ambito il Comitato non si vuole sbilanciare e, sottolineavano gli analisti a margine dell’evento, riflette l’opinione espressa da Yellen, secondo cui ci vogliono ulteriori conferme prima di credere davvero che il recente rialzo dell’inflazione sia duraturo.

Ancora, sul fronte della valutazione dei rischi, il comunicato non si è spinto fino a dare di nuovo una valutazione dei rischi, ma vi si è comunque molto avvicinato, apportando un’interessante novità, concretizzata dal fatto che non vi sono più tracce di riferimento alle condizioni internazionali come fattori di rischio. In altre parole ancora, d’ora in poi quello che più conta per modificare le politiche monetarie e, conseguentemente, il livello dei tassi di interesse di riferimento, saranno quasi esclusivamente i fattori interni, con il Comitato che – si legge nel comunicato – comunque “continuerà a monitorare da vicino gli indicatori dell’inflazione e gli sviluppi economici e finanziari globali”, contrariamente alle dichiarazioni di marzo, dove invece si affermava che il Comitato “continua a monitorare da vicino gli sviluppi dell’inflazione”, mentre “gli sviluppi economici e finanziari globali continuano a porre rischi”. La cancellazione avvenuta nelle righe del comunicato sembra dunque “abbattere” i freni esteri allo sviluppo di una politica monetaria più dinamica del passato.

Infine, e in sintonia con quanto sopra elaborato, il comunicato riporta in primo piano l’evoluzione dell’economia americana e riduce il ruolo degli “sviluppi globali”, segnalando che il quadro è più prevedibile e sotto il controllo della Federal Reserve. La previsione di ulteriore miglioramento del mercato del lavoro, nonostante la crescita deludente, segnala la crescente convinzione che l’obiettivo del pieno impiego sia praticamente raggiunto, sottolineavano gli analisti a commento di quanto sopra.

L’attenzione è pertanto ora spostata al 6 maggio, data nella quale verrà pubblicato il dossier sul lavoro (l’employment report di aprile), che dovrebbe fornire altre indicazioni positive, contrariamente a quelle (negative) formulate sul Pil, deludente, che tuttavia avrà un ruolo minoritario rispetto all’employment report. Sull’inflazione si devono invece ancora raccogliere informazioni, ma il rialzo dei prezzi energetici, il deprezzamento del dollaro e l’allentamento delle condizioni finanziarie da inizio anno si rinforzano a vicenda e contribuiscono ad avvicinare l’obiettivo del 2 per cento.

Dunque, con i tassi di interesse ancora molto vicini a zero, l’aggiustamento della politica monetaria seguirà una regola asimmetrica, preferendo sbagliare per ritardo, piuttosto che in anticipo. A questo punto, però, le probabilità di un rialzo dei tassi a giugno si fanno lievemente più ampie.

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