Quattro settimane di fila in calo. L’S&P 500 che rompe la media mobile a 200 giorni, un livello tecnico che non veniva bucato dal maggio 2025.
Il Nasdaq 100 e il Dow Jones che perdono rispettivamente il 2,0% e il 2,1% in una sola settimana. E oggi, lunedì 23 marzo 2026, i futures americani aprono ancora in territorio negativo mentre il mondo attende di sapere se Trump manterrà o meno la sua minaccia di bombardare le centrali elettriche iraniane.
È in questo contesto che sta prendendo forma uno dei dibattiti più interessanti di Wall Street: la cosiddetta “TACO trade”, acronimo ironico di “Trump Always Chickens Out”, cioè “Trump cede sempre”, rischia di smettere di funzionare.
Per anni, quella scommessa ha pagato: ogni volta che il presidente alzava la tensione geopolitica o economica, alla fine faceva marcia indietro, e chi aveva comprato nei ribassi raccoglieva i frutti. Stavolta, con una guerra in corso e credibilità internazionale in gioco, le cose potrebbero andare diversamente.
Il VIX, il cosiddetto “indice della paura”, si trova vicino a quota 27, mentre il CNN Fear and Greed Index è sceso a 15, in territorio di “estrema paura”.
Vediamo qualche dato
La Federal Reserve ha lasciato i tassi invariati nell’intervallo 3,50%–3,75% la settimana scorsa, ma ha mandato un messaggio tutt’altro che tranquillizzante.
Jerome Powell ha riconosciuto esplicitamente che la banca centrale è schiacciata tra due forze opposte: la crescita che rallenta e l’inflazione che non vuole scendere.
I prezzi alla produzione americani di febbraio sono cresciuti dello 0,7% su base mensile, il rialzo più forte da Luglio, e siamo ancora prima che il pieno effetto dei costi energetici legati alla guerra si trasmetta all’economia reale.
Powell non ha escluso un ritorno ai rialzi. I mercati dei futures già scontano una probabilità superiore al 50% di un rialzo entro Ottobre, una svolta rispetto alle aspettative di inizio 2026 che puntavano invece a tagli.
In Australia la situazione è già più avanzata: la Reserve Bank ha alzato i tassi di 25 punti base al 4,10%, secondo rialzo consecutivo dell’anno, citando inflazione persistente e rischi al rialzo dal conflitto mediorientale.
Banca d’Inghilterra, BCE e Bank of Japan hanno invece tenuto i tassi fermi, ma con linguaggio hawkish che segnala disponibilità a inasprire se le pressioni sui prezzi non rientreranno.
Il rendimento del gilt britannico a dieci anni ha sfiorato il 5% per la prima volta dal 2008. Un segnale che il ciclo di inasprimento monetario non è affatto finito globalmente.
Con i tech in forte calo, c’è chi comincia a pronunciare la parola “sconto”. MarketWatch ha dedicato un’analisi specifica al settore software, che secondo alcuni strategist si troverebbe in “territorio di sconto” per la prima volta da anni.
Micron Technology è indicata tra i titoli con le valutazioni più compresse rispetto ai fondamentali storici. Arm Holdings, secondo un analista citato dalla testata, potrebbe avere un potenziale di rialzo del 50% una volta che il mercato “si sveglierà” di fronte a un trend “game-changing”.
Detto questo, in un contesto di tassi alti e inflazione persistente, comprare titoli growth con orizzonti temporali lunghi è un gioco rischioso.
Le valutazioni basate sui flussi di cassa futuri scontati si comprimono quando i tassi salgono, e il mercato lo sa bene.
Il livello tecnico da tenere d’occhio per il Nasdaq 100 è quota 24.000: una rottura duratura al ribasso confermerebbe un pattern a triangolo discendente che punta verso i 23.000 punti.

Qualsiasi rimbalzo incontrerà probabilmente resistenza intorno a 24.600.
Se pensi che il problema sia solo americano, i dati indicato qualcos’altro.
Il FTSE MIB italiano cede il 2,23% attestandosi a 41.887 punti. L’IBEX 35 spagnolo perde il 2,10% a 16.362 punti. Il DAX tedesco lascia sul campo l’1,64% a 22.013 punti. Il CAC 40 francese scende dell’1,53% a 7.548 punti, il FTSE 100 britannico perde l’1,58% a 9.761 punti. Lo Stoxx 600 paneuropeo cede l’1,63% fermandosi a 563 punti.

L’Europa è particolarmente vulnerabile in questo scenario. La dipendenza dalle importazioni energetiche è strutturalmente molto più alta che negli USA, la competitività industriale è già sotto pressione da anni per i costi energetici elevati, e ora arriva un secondo shock.
Non è solo una questione di borsa: è una questione di PIL, di margini aziendali e di potere d’acquisto delle famiglie.
La Banca d’Inghilterra ha già avvertito che l’inflazione potrebbe salire al 3,5% nel 2026, mentre la BCE proietta un 2,6% medio per l’anno.
Il termine “TACO trade” è diventato un meme di Wall Street per descrivere la strategia di chi compra sui ribassi ogni volta che Trump alza la tensione, convinto che prima o poi il presidente torni sui propri passi.
Su tariffe commerciali, politica fiscale e altri fronti, quella logica ha funzionato più volte. Ma sul conflitto armato con l’Iran la situazione è strutturalmente diversa: ci sono vite umane, alleanze militari e credibilità geopolitica in gioco. Non è come revocare un dazio.
Per l’investitore, questo significa che i rimbalzi nei momenti di massima tensione potrebbero essere meno profondi e meno duraturi del solito, con una volatilità strutturalmente più elevata nel breve periodo.
Questa settimana è densa di appuntamenti che potrebbero muovere i mercati in modo significativo. Martedì escono i dati CPI giapponesi di febbraio: l’inflazione core è attesa in calo dal 2,0% all’1,7% su base annua.
Se il dato confermasse o battesse le attese al ribasso, darebbe alla Banca del Giappone spazio per non inasprire ulteriormente la politica monetaria. Mercoledì tocca all’inflazione australiana di febbraio (attesa stabile al 3,8%) e al CPI britannico, mentre i PMI flash per l’Eurozona e il Regno Unito daranno un’idea di quanto il tessuto produttivo europeo stia reggendo lo shock.
Sul fronte corporate, gli occhi sono puntati sulle grandi tech cinesi: Xiaomi, PDD, Meituan e le principali banche di Pechino.
Dopo che Alibaba e Tencent hanno deluso la settimana scorsa, pur con crescita dei ricavi solida, ma senza fornire target concreti sulla monetizzazione dell’AI, il mercato ha alzato l’asticella delle aspettative. Chi non porta risposte credibili su come trasformare gli investimenti in intelligenza artificiale in ricavi tangibili rischia di essere penalizzato pesantemente.
E poi c’è la scadenza dell’ultimatum di Trump all’Iran proprio oggi. Ogni aggiornamento militare o diplomatico dalla regione avrà effetti immediati su petrolio, obbligazioni e azioni.
In questo contesto, la regola più importante per il portafoglio rimane la stessa che vale in ogni fase di turbolenza: non fare scommesse direzionali aggressive senza una chiara strategia di uscita.
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