Investimenti su petrolio e energia, per il momento meglio adottare posizioni più caute

Il momento positivo per le commodity sta proseguendo inalterato, ma rispetto a qualche settimana fa il contesto sembra essersi fatto più cauto. Il 2017 sembra infatti essere contraddistinto per un discreto ottimismo, considerati anche gli elevati livelli che sono stati raggiunti da alcuni comparti, ma qualcosa sta cambiando in termini prudenziali.

L’ottimismo durerà

Ad ogni modo, riteniamo che il periodo debba essere considerato come positivo per il comparto: il 2016 era già stato un anno positivo per le commodity, il primo dal 2012, e la scia ottimistica che abbiamo avuto modo di toccare con mano nel corso di quest’anno è un buon prolungamento di quanto precede, con gli operatori che sono da una parte chiamati a metabolizzare il ciclo di rialzo dei tassi Fed e dall’altra a verificare la credibilità dei tagli decisi dai produttori OPEC e non-OPEC, su cui è bene spendere qualche parola.

OPEC, nuova credibilità per il Cartello

Negli ultimi giorni, anche su questo portale, abbiamo avuto modo di ricordare come si sia creata ben più di qualche crepa nella precaria situazione di equilibrio intorno al petrolio. La “colpa” è derivante dal fatto che alcuni Paesi, principalmente esterni al Cartello, non hanno mantenuto la parola in merito alla riduzione dei propri livelli produttivi, scommettendo che – come finora successo – l’Arabia Saudita (principale produttore) potesse compensare tali mancate flessioni dell’output. In tal senso, la posizione ufficiale dell’Arabia Saudita è stata quella di una “rottura”, con il ministro locale del petrolio e dell’energia che ha affermato che il Paese sta perdendo la pazienza nei confronti di posizioni così accondiscendenti.

Riteniamo che un simile equilibrio – ribadiamo, precario – possa comunque rafforzare la credibilità per l’OPEC, con membri del Cartello che si sono rivelati più ligi agli accordi assunti rispetto alla Russia, i cui tagli sono risultati meno efficaci del previsto e agli altri Paesi “secondari”. Rimane però da comprendere che cosa potrà accadere nella seconda parte del 2017, quando l’accordo sarà messo ulteriormente alla prova, con una nuova revisione.

Insomma, per il momento non possiamo che mantenere un quadro di cauta fiducia sul petrolio, guardando al lato positivo della medaglia: nonostante le turbolenze agitate dall’Arabia Saudita (ma, invero, non certamente provocati dal principale Paese produttore), i tagli che sono stati concordati tra produttori OPEC e non-OPEC (Russia inclusa) per febbraio risultano rispettati al 94 per cento, per una media ponderata tra quanto avvenuto con i produttori non-OPEC (che sembrano essere molto indietro), e i produttori OPEC.

In un simile scenario si inseriscono inoltre gli Stati Uniti, che approfittando della riduzione della produzione di greggio hanno incrementato l’output di shaleoil: gli ultimi dati statistici relativi all’andamento delle trivelle Baker Hughes (salite di 14 elementi, a 631 trivelle totali) mostra in maniera chiara come il ritorno dello shale-oil USA stia iniziando a divenire un forte ostacolo alla risalita dei prezzi del greggio, e proprio questo elemento potrebbe essere uno dei temi oggetto di discussione nel meeting OPEC di Vienna previsto il 25 maggio.

In quella sede, peraltro, si deciderà anche come comportarsi oltre il mese di giugno: il ministro dell’energia saudita Khalid al-Falih ha affermato in tal senso che i tagli da parte dell’OPEC e di altri Paesi potrebbero essere estesi oltre la prima metà dell’anno, ma una simile posizione rischia di scontrarsi con l’idea che serva maggior collaborazione con i produttori non-OPEC, come la Russia, indietro nei tagli per la prima parte del 2017.

Investire nelle materie prime energetiche

Complessivamente, riteniamo comunque che lo scenario centrale rimanga discretamente cautamente favorevole alle materie prime, permettendo di ipotizzare una crescita diffusa della domanda di risorse di base. In tal senso, diverrà fondamentale anche giudicare in che modo l’economia globale riuscirà a consolidare i segnali di ripresa accennati. La crescita mondiale dovrebbe godere del recupero del ciclo negli Stati Uniti (ma qui il rischio è sempre legato alle politiche annunciate largamente da Trump, e che saranno tuttavia dettagliate – immaginiamo – all’inizio dell’estate) e dell’efficientamento dell’economia in Cina, che potrebbe migliorarne la qualità, piuttosto che spingere sulla “quantità”, con ricadute positive sul PIL mondiale.

Per il momento decidiamo comunque di mantenere una view positiva sullo sviluppo del settore, con riferimento anche al petrolio. Lecito comunque interrogarsi su quel che potrebbe accadere sul mercato nelle prossime settimane, considerato il mosaico che si è venuto a formare in ambito energetico. Le pressioni al ribasso determinate dal taglio – più o meno rispettato – dei livelli produttivi sono evidenti e nel recente passato hanno donato alcune soddisfazioni agli operatori di settore, ma quelle al rialzo determinate dai rischi che il ritmo di riduzione dell’output si modifichi (in peggio) e per la ripresa delle attività dello shale-oil americano sono altrettanto tangibili…

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