Il mercato petrolifero ha vissuto oggi una delle sedute più convulse degli ultimi anni.
Il Brent ha toccato un picco intraday di 101,25 dollari al barile prima di arretrare sotto quota 100, mentre il WTI avanzava dell’8% attestandosi intorno ai 94 dollari.
Sullo sfondo, un conflitto che non accenna a rallentare: la guerra tra Iran e la coalizione USA-Israele continua a sconvolgere i flussi energetici globali con un’intensità che nessuno, nemmeno i più pessimisti, aveva messo in conto.
A dare la vera misura della crisi è stata l’Agenzia Internazionale dell’Energia, che nel suo rapporto mensile di marzo ha usato parole inequivocabili: quella in corso nello Stretto di Hormuz è “la più grande disruption dell’offerta di petrolio nella storia del mercato globale”.
Un primato che vale poco, in senso positivo, per chiunque dipenda dall’energia, e cioè praticamente tutti.
Non parliamo di speculazione soltanto ma del risultato di una catena di eventi concreti, fisici, che stanno ridisegnando i flussi energetici mondiali. Le autocisterne bruciano nel Golfo Persico, i terminali sospendono le operazioni, le compagnie di navigazione desviano le rotte.
Non è un’astratta turbolenza finanziaria: è petrolio che non arriva a destinazione. E naturalmente anche dal punto di vista degli investimenti le cose cambiano.

Per cercare di tamponare l’emergenza, i 32 paesi membri dell’IEA hanno votato all’unanimità, mercoledì 11 marzo, il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, il quantitativo più alto mai messo a disposizione nella storia dell’agenzia.
A stretto giro, il presidente Trump ha annunciato lo svincolo di 172 milioni di barili dalla Riserva Strategica Petrolifera statunitense, con consegna prevista nell’arco di 120 giorni.
Risultato? Il mercato non ha battuto ciglio. O meglio, ha battuto ciglio nel senso sbagliato: il prezzo del greggio ha comunque continuato a salire.
Ecco la quotazione del petrolio in questo momento:
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Il motivo è semplice: finché lo Stretto di Hormuz resta bloccato, qualunque annuncio di rilascio di riserve resta in larga misura sulla carta. Il petrolio deve fisicamente muoversi, e in questo momento non può farlo con la stessa fluidità di prima.
Gli analisti sono sostanzialmente concordi: la turbolenza sui prezzi non è destinata a scemare nel breve periodo.
Un segnale eloquente arriva dal Cboe Crude Oil Volatility Index, balzato di quasi il 12% nella mattinata del 12 marzo per toccare il livello più alto dal 29 aprile 2020, in piena prima ondata di Covid, secondo i dati di Dow Jones Market Data.

La volatilità sulle materie prime, aggiunge, è destinata a restare strutturalmente elevata fino a quando non emergeranno segnali concreti di de-escalation.
Sul versante delle previsioni, Goldman Sachs ha alzato per la seconda volta nel giro di una settimana il proprio target sul Brent, portandolo a una media di 98 dollari per marzo e aprile, un livello che rappresenta un incremento del 40% rispetto alla media del 2025.
Nelle stime più pessimistiche, Goldman non esclude punte fino a 150 dollari al barile se il conflitto dovesse prolungarsi e intensificarsi.
Per chi investe, il messaggio che arriva da questa crisi è duplice. Da un lato, le azioni del settore energetico stanno beneficiando dell’impennata dei prezzi: raffinerie come Valero Energy e Marathon Petroleum hanno chiuso in territorio positivo anche nelle sedute più difficili.
Dall’altro, l’intera economia globale rischia di pagare un prezzo salatissimo in termini di inflazione e rallentamento della crescita.
Il dato più inquietante, forse, è quello sull’offerta globale: l’IEA stima che a Marzo la produzione mondiale calerà di 8 milioni di barili al giorno, una contrazione senza precedenti nella storia recente.
I tagli alla produzione dei paesi del Golfo sono solo parzialmente compensati dall’aumento dell’output di Kazakhstan e Russia, che restano fuori dal perimetro OPEC+. Nel frattempo, la domanda di petrolio viene rivista al ribasso del 25% rispetto alle stime precedenti, a 640.000 barili al giorno, per effetto dell’incertezza economica e delle cancellazioni di voli nella regione.
Il conflitto non ha ancora trovato una via d’uscita diplomatica. L’Iran ha dichiarato di essere disposto a trattare, ma ha posto come condizione il pagamento di riparazioni di guerra.
Gli USA stanno valutando la possibilità di scortare le petroliere attraverso lo Stretto con la Marina militare, ma il Segretario all’Energia Chris Wright ha ammesso che la flotta non è ancora pronta per questa operazione.
Il quadro, insomma, resta profondamente incerto, e i mercati lo stanno prezzando di conseguenza.
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