Non è la Brexit il pericolo peggiore per l’Italia

Nelle ultime settimane l’esito del referendum del 23 giugno in ottica Brexit ha monopolizzato (o quasi) le pagine finanziarie dei principali quotidiani. Ma siamo sicuri che sia proprio dalla Brexit che l’Italia si deve guardare le spalle?

In realtà, se i rischi al ribasso sulla crescita economica del Paese stanno aumentando, le determinanti non sono certo riconducibili principalmente alla Brexit. Rispetto a quanto è stato stimato dalle principali previsioni iniziali, infatti, l’impatto dovrebbe essere molto più ridotto. A cominciare dal canale commerciale, i cui esiti eventualmente depressivi saranno limitati: in caso di calo delle esportazioni italiane verso il Regno Unito del 10 per cento (uno scenario che, a nostro giudizio, è comunque già di per se improbabile e forse riconducibile meramente all’ipotesi che nel Regno Unito vengano introdotte barriere tariffarie significative), ne deriverebbe un impatto di un decimo di punto sul prodotto interno lordo.

Passando all’ambito finanziario, per il momento le tensioni non appaiono tali da giustificare una decisa revisione al ribasso sulle stime di crescita. Ancora, le indagini di fiducia di luglio hanno mostrato in tutti i Paesi dell’eurozona, Italia inclusa, un impatto trascurabile sul morale degli operatori economici. Insomma, se la crescita economica italiana nei prossimi 12 mesi dovesse subire delle flessioni, è improbabile che possano essere attribuite alla Brexit (anche se, in verità, molto dipenderà da come evolveranno i negoziati ufficiali attesi partire non prima della fine dell’anno). Ma da dove provengono, dunque, i principali rischi per l’economia italiana?

Per quanto intuibile, uno dei grandi timori che si annidano nelle menti degli analisti macroeconomici italiani (e non solo) è che lo scenario internazionale vada gradualmente a peggiorare.

Attualmente pesa, su molti indicatori, l’incertezza che sta derivando dall’accresciuto rischio politico: tra la fine del 2016 e il 2017 molti Paesi sono attesi da votazioni amministrative, e l’ascesa dei movimenti populisti alimenta un rischio contagio che, a nostro giudizio, appare comunque ancora piuttosto limitato. Vi è poi l’ulteriore timore determinato dalla recrudescenza degli episodi terroristici: recenti osservazioni hanno manifestato come l’effetto deprimente degli attentati duri circa 2-3 settimane.

Tuttavia, un clima persistente di paura e di pressione, potrebbe influenzare gli indicatori di fiducia molto più a lungo di quanto si possa pensare, inducendo barriere psicologiche collettive che non potrà essere possibile non trascurare.

Altro livello di rischio potrebbe poi essere determinato dal rischio di natura politica che è indotto all’eventuale vittoria dei “no” al prossimo referendum costituzionale. Anche in tale ambito l’aleatorietà sembra essere piuttosto netta, circa tempi, modi e esito della consultazione. Ammesso che si arrivi al punto finale con l’attuale assetto, i sondaggi non riescono a fornire una chiara indicazione del risultato, poichè il margine tra i “si” e i “no” è estremamente ridotto, e la percentuale degli indecisi è alta e crescente. A proposito di incertezza, è lecito ricordare come – al di là dei proclami – non è affatto detto che una eventuale bocciatura della riforma al referendum autunnale possa scatenare una crisi politica o delle elezioni anticipate.

Per quanto infine concerne il calendario macro, i dati recenti sulla produzione industriale hanno abbassato la stima sul prodotto interno lordo nel secondo trimestre dell’anno. Pur nell’ipotesi di rimbalzo della produzione nell’ultimo mese del trimestre, difficilmente in primavera il settore industriale avrà contribuito alla crescita del valore aggiunto, dopo che in inverno due terzi della crescita del Pil erano stati riconducibili all’industria in senso stretto (ovvero, al netto del settore dell costruzioni). È dunque probabile un rallentamento del Pil nel corso del trimestre, tra lo 0,1 per cento e lo 0,2 per cento su base trimestrale, dopo l’impulso dello 0,3 per cento su base trimestrale di inizio anno.

Per quanto riguarda ancora l’andamento del terzo trimestre, il recupero che è stato evidenziato negli ultimi due mesi dalla fiducia delle imprese (soprattutto, nel manifatturiero e nelle costruzioni), potrebbe confermare la possibilità di una modesta riaccelerazione del prodotto interno lordo nel terzo trimestre, forse tra lo 0,2 per cento e lo 0,3 per cento su base trimestrale. Più ampiamente, è comunque prevedibile, alla luce di quanto sopra accennato, un incremento del Pil in media d’anno pari all’1% per i prossimi due anni.

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