Quanto ci costano i salvataggi bancari

Anche se il saldo non può che essere provvisorio – considerando le sostanziose partite ancora aperte, il conto determinato dai salvataggi bancari per le casse dei privati e dello Stato (e, dunque, per le tasche dei cittadini contribuenti italiani) non può che essere rilevante: 24 miliardi e 411 milioni di euro. A tanto ammonta infatti il fabbisogno determinato dai grandi salvataggi del settore bancario in Italia, dalle good banks a
Monte dei Paschi, Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Elaborata da Equita Sim negli scorsi giorni, con la collaborazione del quotidiano economico finanziario Il Sole 24 Ore, la stima considera gli investimenti andati definitivamente in fumo a causa del dissesto, e le somme anticipate a vario titolo dallo Stato (o dai privati, nel caso degli obbligazionisti convertiti di Mps) comparate con i valori medi che oggi il mercato riconoscerebbe agli asset sottostanti (azioni e Npl) nell’ipotesi in cui si dovessero chiudere le partite. Del conto finale, 13,2 miliardi di euro sarebbero a carico dei contribuenti, mentre 11,2 miliardi di euro sarebbero a carico dei privati.

Ma da che cosa è composto tale conto? Seguendo un ordine cronologico, la prima partita sarebbe quella di Banca Marche, Etruria, CariFerrara e CariChieti, per un costo di 4,7 miliardi di euro, in buona parte ricondotti alle good bank che hanno sostenuto le ricapitalizzazioni prima della cessione a un euro a Ubi e Bper, nonché il ristoro dei bondholder retail attraverso il Fondo di solidarietà istituito presso il Fitd.

Sicuramente più oneroso è il conto determinato dal dissesto a Vicenza e Montebelluna, considerato che le due ex popolari, liquidate e finite a Intesa Sanpaolo a giugno, hanno prodotto un saldo negativo di 15,8 miliardi di euro, di cui 3,5 miliardi da considerarsi come definitivamente persi (la ricapitalizzazione effettuata da Atlante 1, e quindi dai suoi sottoscrittoriprivati, nel 2016 per 2,5 miliardi di euro e nel 2017 per 1 miliardo di euro).

Ad ogni modo, in totale l’impegno complessivo potenziale del Tesoro arriva a 16,6 miliardi, considerando che di questi, 4,785 sono finiti a Intesa per ricapitalizzare gli asset acquisiti e coprire i costi di integrazione, gli altri a futura garanzia. C’è inoltre 1,5 miliardi di eruo promessi a Intesa per fare fronte a eventuali cause legali, oltre alla possibilità di retrocedere alle banche in liquidazione fino a 4 miliardi di crediti ricevuti insieme al resto in quanto performing. Vi è poi il capitolo Sga, con 18,8 miliardi di euro di sofferenze e incagli finiti all’ex bad bank del Tesoro, e coperti rispettivamente al 58,8% e al 32%, con potenziale minusvalenza, in caso di vendita, di 2,4 miliardi.

Come anticipato, la cronistoria potebbe continuare ancora e, in ogni caso, per poter conoscere il conto finale ci vorranno diversi anni. Molto dipenderà poi da come si comporteranno i mercati e dalla ripresa dei prezzi degli npl.

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