Stati Uniti, dati contrastanti dalla prima fase Trump

Negli ultimi giorni sono stati pubblicati alcuni dati piuttosto contrastanti sullo sviluppo dell’economia statunitense. Il fatto che la pubblicazione di tali aggiornamenti statistici sia coincisa con una serie di dichiarazioni piuttosto aspre da parte di diversi rappresentanti della nuova amministrazione Trump, ha suscitato ben più di qualche perplessità sull’effettiva tenuta e solidità del colosso nordamericano nel prossimo futuro, che si preannuncia ben più aleatorio delle attese.

Lavoro

Per andare con maggiore ordine, cominciamo dal mercato del lavoro, in cui l’Employment Cost Index nel quarto trimestre 2016 aumenta di 0,5 punti percentuali su base trimestrale e di 2,2 punti percentuali su base annua, con un rallentamento – pur modesto – rispetto a quelle che eran state le variazioni di 0,6 per cento su base trimestrale dei tre periodi precedenti. Peraltro, i dati segnalano ancora molta moderazione nella dinamica delle retribuzioni, sia in termini di salari (+0,5 punti percentuali su base trimestrale e 2,3 punti percentuali su base annua), sia in termini di benefit (0,4 per cento su base trimestrale e 2,1 per cento su base annua) e alimentano la scelta della Federal Reserve di voler attuare rialzi dei tassi a un ritmo “molto graduale”, come emerso in sede FOMC, il primo per il nuovo anno.

Chicago PMI

Anche l’indice Chicago PMI a gennaio non ha certamente prodotto grandi responsi e, anzi, ha deluso buona parte delle aspettative degli analisti, a causa di una correzione a 50,3 punti dai 53,9 punti di dicembre, e raggiungendo così il minimo da maggio 2016. Per quanto concerne l’analisi delle sotto-componenti, si registra una sostanziale debolezza generalizzata in tutti i sotto comparti, con livelli in calo per gli ordini, per l’occupazione, per le scorte e per la produzione, con alcuni dei sotto-indici che tornano addirittura in territorio negativo. L’indagine è comunque molto volatile, visto e considerato che il calo che è stato riscontrato nel corso del mese di gennaio segue ad ogni modo due mesi di indicazioni solide. Dunque, su tale dato conviene non fare, almeno per ora, particolari affidamenti.

Fiducia

Sono inoltre usciti i dati relativi all’andamento della fiducia dei consumatori, così come rilevata dal Conference Board. Stando al dossier che accompagna l’elaborazione del dato, nel mese di gennaio l’indicatore è calato a 111,8 punti da 113,3 punti del mese di dicembre. Il livello della fiducia rimane storicamente molto elevato, e tutt’oggi valorizza ai massimi da metà 2007, anche se la retrocessione del valore dell’indicatore non è certamente un buon punto di partenza per poter avviare l’analisi dei dati del nuovo anno. Per quanto concerne gli altri elementi statistici diramati dal Conference Board, le condizioni correnti migliorano a 129,7 punti, da 126,1 punti di dicembre, mentre le aspettative correggono a 99,8 punti da 105,5 punti, rimanendo comunque su massimi livelli pluriennali. La valutazione del mercato del lavoro è inoltre sempre data come molto positiva, con il differenziale jobs plentiful – jobs hard to get in ripresa a 5,9 punti da 3,3 punti di dicembre. Infine, le aspettative di inflazione a 1 anno aumentano a 4,9 per cento da 4,5 per cento, come da rilevazione risalente al mese di dicembre. La fiducia dei consumatori dà supporto alla previsione di crescita solida dei consumi anche nel 2017.

Ciclone Trump

Negli ultimi giorni hanno poi ottenuto importanti risalti alcune dichiarazioni e azioni da parte della nuova amministrazione. Tralasciando – almeno per il momento, augurandoci che si tratti di un fuoco improvviso – le dichiarazioni del responsabile del Commercio USA Navarro, che ha dichiarato che l’euro è volutamente eccessivamente sopravvalutato, e che è la Germania a beneficiare di tutto ciò, anche a discapito dei partner europei, prendiamo atto dell’ultimo ciclo di nomine di Trump.

In merito, due giorni fa il presidente Donald Trump ha formalizzato la nomina di N. Gorsuch per la posizione di giudice della Corte Suprema. Non è certo una nomina sorprendente, valutato che Gorsuch ha un curriculum in cui spiccano numerose sentenze in linea con le posizioni più conservatrici su molti temi, molto spesso pro-business. Tuttavia, si registrano anche supporti a posizioni ben contrarie a un utilizzo del potere esecutivo su questioni di competenza del Congresso. La conferma di Gorsuch sarà combattuta dai membri democratici in Senato, come sta già avvenendo con i candidati per le posizioni dell’amministrazione. Ad ogni modo, gli osservatori affermano che sia molto probabile che la nomina venga confermata nonostante l’opposizione democratica dato che difficilmente ci saranno defezioni repubblicane.

Per quanto inoltre riguarda i rapporti con il partito repubblicano, che negli ultimi giorni si erano tesi a causa di una serie di dichiarazioni e prese d’atto di Trump non molto concilianti con una buona parte del proprio partito, si registrano ora delle dichiarazioni più accomodanti soprattutto da parte di P. Ryan, che è intervenuto pubblicamente per contenere il disappunto serpeggiante anche fra i membri repubblicani del Congresso riguardo all’ordine esecutivo di Trump relativo a immigrazione e rifugiati. Ryan ha difeso la sostanza dell’azione del presidente, pur riconoscendo la confusione operativa e le difficoltà di implementazione collegate a scarso preavviso e preparazione.

L’intervento di Ryan, che apparentemente può essere ben iscritto nella consueta retorica comunicativa, è in realtà piuttosto importante, poiché indica la volontà, da parte della leadership repubblicana in Congresso, di voler mantenere un rapporto collaborativo con il presidente in una fase particolarmente delicata, in cui si determineranno le linee guida delle politiche fiscali per il prossimo biennio. Almeno per ora: il malumore di una parte del partito repubblicano nei confronti di Trump non è certo ignoto o celato, e nei prossimi mesi potrebbe evolversi in misura inaspettata a seconda di come prenderanno piede le prossime misure del tycoon…

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